La soluzione alla crisi idrica è l’acqua di mare?

Il 22 marzo, Giornata Mondiale dell’Acqua, offre un’importante opportunità per riflettere sull’importanza cruciale dell’acqua per la vita e per l’ambiente.

Con la crescita demografica, il cambiamento climatico e la pressione sull’approvvigionamento idrico, diventa sempre più urgente trovare soluzioni innovative per garantire un accesso sicuro e sostenibile all’acqua potabile. Tra le tecnologie che stanno emergendo come fondamentali in questa lotta c’è la dissalazione.

I nostri lettori, soprattutto nei mesi in cui si ripresenta il problema della siccità, ci pongono spesso la domanda sul perché non si utilizzi l’acqua dissalata del mare, nella nostra Provincia e altrove.

Proviamo quindi a fare una breve panoramica su questa ipotesi.

Il 97,5% dell’acqua sulla Terra è salata e solo il 2,5% è dolce distribuita a sua volta tra ghiacciai, laghi, fiumi, torrenti e falde sotterranee: l’acqua salata, quindi, è reperibile in grande quantità, eppure, non è così semplice utilizzarla…

Cos’è un impianto di Dissalazione e i suoi impatti sull’ambiente

Un impianto di dissalazione è un complesso sistema, progettato per convertire l’acqua di mare in acqua dolce, utilizzabile per scopi domestici, industriali e agricoli. Questi impianti utilizzano una varietà di tecnologie, tra cui l’osmosi inversa, l’evaporazione a distillazione multi-effetto e l’evaporazione a compressione di vapore, per rimuovere il sale e altre impurità dall’acqua marina, producendo così acqua potabile.

Il processo di dissalazione varia a seconda della tecnologia utilizzata, ma generalmente coinvolge i seguenti passaggi:

  • Pretrattamento: l’acqua di mare viene sottoposta a una serie di trattamenti preliminari per rimuovere le particelle più grandi, i sedimenti e altre impurità che potrebbero danneggiare l’impianto.
  • Desalinizzazione: l’acqua pretrattata viene quindi inviata attraverso il processo principale di dissalazione. Questo può avvenire attraverso l’osmosi inversa, in cui l’acqua è spinta attraverso membrane semipermeabili che trattengono il sale e altre sostanze indesiderate, o ancora con la distillazione dove l’acqua viene riscaldata e vaporizzata.
  • Post-trattamento: l’acqua dolce prodotta viene infine sottoposta a ulteriori trattamenti per garantire che sia sicura per il consumo umano, includendo la disinfezione con cloro o altri agenti.

Questa tecnologia è ormai consolidata e diffusa in diverse parti del mondo, ma rimangono ancora alcuni punti controversi per il loro impatto sull’ambiente:

  • Rilascio di grandi quantità di CO2 in atmosfera le quali non fanno altro che accelerare quei processi di scarsità idrica che proprio i desalinizzatori cercano di calmierare
  • Salamoia ipersalina: togliendo i sali dall’acqua, viene prodotta la salamoia ipersalina che rappresenta lo “scarto” del trattamento e che viene restituita in mare in soluzioni saline concentrate. La salamoia, avendo una densità maggiore dell’acqua marina, fluisce verso il fondale creando uno strato altamente salino che può avere un impatto negativo sulla flora e fauna. La forte concentrazione di sale, in piccole zone, stravolge l’ambiente acquatico e altera di fatto le condizioni di vita di molte specie, andando a minare la possibilità per alcuni tipi di pesci e di alghe marine di sopravvivere in quell’ambiente.
  • Consumi energetici: sono sensibilmente più alti di quelli dei processi convenzionali di produzione di acqua potabile. Da un lato i miglioramenti tecnologici hanno ridotto l’incidenza di Kwh per metro cubo di acqua prodotta, dall’altro sempre più di frequente si tende a integrare l’energia elettrica per alimentare gli impianti con quella prodotta sul posto da fonti rinnovabili, come il solare e l’eolico. Ad esempio, per il funzionamento di un impianto è necessaria molta energia termica: si parla di 8 kW/h per metro cubo di acqua dissalata prodotta per un impianto che funzioni a distillazione (1,5 kW/h per metro cubo per uno più moderno a osmosi inversa).

Gli investimenti di costruzione, uniti ai consumi energetici necessari per il funzionamento delle strutture, portano l’acqua potabile a costare dai 3 ai 5 euro al metro cubo, più del doppio rispetto ai comuni canali di approvvigionamento.

Inoltre, è importante sottolineare che, la dissalazione risulta sostenibile sul piano economico-gestionale solo in presenza di una rete idrica dalle dispersioni contenute.

 Distribuzione

Resta infine da affrontare il tema della distribuzione l’Italia per un paese molto “lungo”: la nostra Provincia è molto distante dalle coste marine… inoltre, una volta dissalata l’acqua va trasportata e distribuita fino alle abitazioni!

Andrebbero quindi pensate e progettate importanti condotte che portino in grande quantità l’acqua dai dissalatori nelle regioni più distanti.

Per paragonare una realtà a noi vicina, possiamo fare un confronto con l’Acquedotto Intercomunale Brianteo, che è la principale rete idrica in gestione a Lario Reti Holding.

Questo, tramite una serie di opere accessorie ed il collegamento alle reti locali, con una lunghezza di 120km per le dorsali principali, serve direttamente 64 Comuni delle Province di Lecco, Como e Monza.

Il Brianteo ha origine dal potabilizzatore di Valmadrera, che tratta l’acqua del Lario ad un ritmo compreso tra i 500 ed i 1.100 litri al secondo, producendo l’equivalente di un quantitativo che potrebbe riempire tra le 340 e le 740 bottiglie di acqua ogni secondo di ogni giorno dell’anno.

Per produrre e distribuire una tale quantità di acqua, è necessaria molta energia e i costi di questa operazione non sono indifferenti!

Lario Reti Holding gestisce circa 450 sorgenti, 95 pozzi, la potabilizzazione dell’acqua del Lago, più di 2.600 km di condotte acquedotto e oltre 1.800 km di condotte fognarie: per fare questo il consumo energetico annuo è di circa 60,7 milioni di kWh per un costo approssimativo di 18 milioni di euro.

Prendendo in considerazione la sola rete di distribuzione del Brianteo il consumo si aggira intorno ai 24,6 milioni di kWh che convertiti in costi sono circa 7 milioni di euro: il 10,77% dei costi totali annuali dell’azienda incluso personale, canoni, ammortamenti, servizi, materiali e materie prime!

Se a queste cifre volessimo aggiungere anche energia e costi per l’impianto di potabilizzazione, i kWh consumati sarebbero circa 36 milioni, per un importo di circa 10 milioni di euro costituendo il 51,38% dei costi totali!

Nel caso dei dissalatori, possiamo quindi immaginare quanto sarebbero alti i consumi energetici e “salati” i relativi costi per produzione e distribuzione dell’acqua dalle Regioni costiere fino alle nostre abitazioni!

Inoltre, opere come questa richiedono molto tempo per essere progettate e realizzate, con grandi investimenti economici nelle infrastrutture.

Tutti questi fattori, ad oggi fanno propendere verso soluzioni alternative all’uso di dissalatori, come la costruzione di invasi per immagazzinare acqua piovana, con relativi impianti dove le acque vengano poi potabilizzate per il consumo umano oppure depurate e usate per scopi industriali e agricoli.

Resta inoltre, fondamentale apprendere stili comportamentali migliori per un uso più consapevole della risorsa da parte di tutti noi.

Se vuoi scoprire cosa puoi fare anche tu per non sprecare acqua, visita il sito di Lario Reti Holding: https://nonsprecare.larioreti.it/

Fonti:

 

ARTICOLO A CURA DI LARIO RETI HOLDING